Benvenuti

Carissimi lettori,

benvenuti al blog culturale de "Il Veltro", dedicato alla Sicilia. Una terra dal sapore dolce e vivido che attende "il rinascimento" della sua essenza, quella di isola da valorizzare nel suo intimo più vero: lo spirito culturale! La Sicilia è stata "tradotta" nei secoli in tutti i modi ed è per questo che una poesia, un bene archeologico, un saggio di storia, una tradizione popolare, una canzone e le sue intricate note e così via sono elementi di un unico mosaico. Partecipare al blog si può, sia attraverso dei commenti che si possono lasciare sotto gli articoli postati, sia con articoli personali che parlino della cultura o storia del vostro paese, su un monumento, evento, esperienza di viaggio.

Per inviare gli articoli personali o per comunicare
con "Il Veltro Blog" scrivere all'indirizzo e-mail:

info.ilveltro@yahoo.it

Un caloroso saluto e buona lettura

Flavio Mela

lunedì 9 novembre 2009

Storia. La "Giudecca" del cuore di Sicilia. Cronache ebraiche a Piazza Armerina.

Il 31 Marzo 1492, con l’emanazione di un editto, Ferdinando il Cattolico, marito di Isabella d'Aragona e re di Castiglia, Aragona, Catalogna, Sicilia e Sardegna, cacciò, dai regni sottoposti al suo potere, tutti gli Ebrei che non volevano ricevere il battesimo. Questo avvenne a causa dell’istituzione dell’Inquisizione come istituto ecclesiastico retto dai vescovi delle rispettive diocesi. Ma non tardò molto che Ferdinando la trasformò di competenza del sovrano. Questo istituto, oltre a motivazioni religiose e politiche, possedeva soprattutto giustificazioni di carattere economico, in quanto le confische dei beni degli eretici sarebbero andate a finire nelle casse reali. Durante il regno di Ferdinando il Cattolico, in Sicilia occupava la carica di vicerè don Ferdinando di Acugna, un castigliano di nascita, ancora giovane di età ma già esperto in discipline di guerra. La notizia dell’editto arrivò come un fulmine, non solo per la comunità ebraica dell’Isola, ma per l’intera Isola. Il vicerè d’Acugna non condivideva la decisione del re, infatti tardò a fare pubblicare la sua esecuzione. Poi, non potendone fare a meno, decise di pubblicarla il 24 Maggio dello stesso anno.
Immediata
mente, i Cristiani che avevano crediti nei confronti degli Ebrei, chiesero l’adempimento delle obbligazioni contratte, costringendoli a barattare con le merci dei loro negozi o con le proprie case. Così, il vicerè emanò un’ordinanza il 9 Giugno con la quale chiedeva la sospensione di ogni procedura giuridica contro gli Ebrei qualora non adempissero pienamente i loro debiti, e imponeva ai Proti e Maggiorenti di non scomunicare coloro che osassero cambiare, nascondere o vendere a basso prezzo i beni di qualsiasi natura, secondo il loro rito.
Il 20 Giugno 1492 si riunivano, sotto la presidenza del Gran Giustiziere Tommaso Moncada, conte di Adernò, i giudici della Magna Curia e i Maestri Razionali del Real Patrimonio con altri componenti del Sacro Regio Consiglio. Tale seduta servì a far notare a sua Maestà che, essendo dei servitori del re e stimando gli interessi del regno, e quindi della Corona, non avrebbero esitato a riconoscere la pericolosità della presenza degli Ebrei nell’Isola e sollecitare vigorose misure.
Ma si sottolineò anche che quella parte di sudditi, per consumo necessario alla vita, spendeva ogni anno in Sicilia circa 1.000.000 di fiorini, una somma che aiutava tantissimo l’economia siciliana. Quindi una loro assenza avrebbe comportato un dissesto economico all’Isola (Tante industrie sarebbero venute meno, soprattutto quelle relative alla manifattura del ferro). Tra l'altro gli ebrei erano gli unici con cui i Cristiani avevano rapporti commerciali, dal momento che la religione cristiana imponeva di evitare scambi commerciali a fini di lucro tra gli stessi Cristiani.
Il Monarca Ferdinando, di fronte a tale situazione, aveva trovato un rimedio altern
ativo, proposto dai vescovi: tutti gli Ebrei che si fossero convertiti al cattolicesimo, sarebbero stati sottratti all’esilio, ma sarebbero rimasti ugualmente obbligati a lasciare i loro beni se non fossero stati in condizione di pagare all’erario almeno il 40%, e il 5% agli ufficiali regi incaricati della liquidazione.
A Piazza gli Ebrei vivevano liberamente, sebbene costretti a portare una pezzuola rossa sugli abiti. La "Giudecca", ovvero il quartiere ebraico della cittadina, attivo e prosperoso fin dai primi anni del XV secolo, si presume che possa essere stata situata nei pressi dell'attuale chiesa di Santa Lucia, nel quartiere storico dei Canali. Anzi, è confermata l'ipotesi che lo stesso edificio cristiano fosse, in antichità, u
na vera e propria sinagoga.
Una testimonianza più chiara riguardante la Giudecca di Piazza è data dai alcuni documenti datati dopo l’anno 1468. Il primo di essi del 9 Marzo 1469, è l’ordine del vicerè Durrea al Proto della nostra Giudecca di mandare a Palermo uno o due delegati per ricevere istruzioni su materie di “regio servizio”: in effetti si trattava, come è detto in un successivo documento, di raccogliere i fondi per pagare il donativo al re. La Giudecca di Piazza era tassata per 8 onze, laddove nel 1464 era stata tassata per appena 3 onze, 15 tarì e 7 grani.
Nell'anno del decreto di re Ferdinando con il quale obbligava una sola fede religiosa nei suoi regni e cioè quella cristiana, n
ei giorni 6 e 7 Luglio e poi 4 Agosto 1492, il vicerè, scrivendo ai vescovi, alle Giudecche, ai Capitani ed ai Giurati delle Città e Terre demaniali, impartiva disposizioni per il riconoscimento ed il trattamento degli Ebrei che si convertivano al Cristianesimo. Questi, segnalati dai vescovi, venivano trattati come cristiani, reintegrati nei beni e, quindi, non espulsi. Ma quali le condizioni riservate a coloro che sono rimasti nella fede dei Padri?
Come avviene in tali circostanze, non mancarono allora degli approfittatori, gli affaristi e i ladri che senza scrupoli si adoperarono per trarre guadagni alle spalle di gente indifesa e impaurita.
Il vicerè venne informato e fu costretto ad inviare in tutte le Terre di Sicilia speciali Commissari per indagare sull’onestà e sul comportamento dei regi ufficiali.
Nella città di Piazza Armerina giunse per tale incarico il Commissario Gaspare de Riera e poi un tale Matteo Purcello, con il preciso compito di vendere i beni requisiti agli Ebrei e di depositare il ricavato presso la R. Tesoreria in Messina.
In data 31 Ottobre il vicerè inviò una lettera al capitano, ai Giudici, ai Giurati ed al Secreto di Piazza per avvertirli che re Ferdinando aveva concesso una proroga di 40 giorni alla espulsione di quegli Ebrei che non erano ancora riusciti a pagare i loro debiti verso la R. Curia.
Ad espulsione avvenuta, parlano di un totale pari a 500 onze, 29 tarì e 20 grani. ovvero 100 milioni di lire degli anni ’90, prescindendo dalla differenza del potere di acquisto tra la moneta del XV secolo e quella odierna.
Della vicenda ebraica di Piazza Armerina, come detto, permane solamente la parte di un edificio attorno al quale fu ricostruita l'attuale chiesa di Santa Lucia e probabilmente proprio dell'antica sinagoga. Inoltre, nei pressi del portone di ingresso laterale, è possibile scorgere nella pietra delle scritte che non è dato sapere a cosa si riferiscano. Per il resto non è rimasto nulla. La chiesetta attuale è circodata dalle case e, in maniera del tutto amatoriale, si è provato a ricostruire o a mostrare la stessa senza gli edifici attuali intorno.
Per il 13 dicembre si festeggia nel quartiere Santa Lucia e il fatto che la chiesa sia propriamente consacrata a tale santa fa insospettire. Nel periodo che precede il solstizio d'inverno la tradizione ebraica vuole che si svolga la famosa festa di Hanukkah, o"festa delle luci", con la quale si festeggia l'episodio storico che vuole la consacrazione di un nuovo altare, all'interno del tempio di Gerusalemme, dopo la donata libertà, data agli ebrei dai Greci (Zc 4,6). Tale festa, per il simbolo che utilizza, ovvero la luce (Molte tradizioni popolari acquistano nel loro bagaglio folklorico feste legate alla luce proprio in tale periodo invernale) è decisamente vicina alla festa di Santa Lucia, che della "luce", intesa anche e soprattutto nel suo significato spirituale, è patrona. Non è un caso che la festa ebraica, per esempio a Siracusa, durava otto giorni come i festeggiamenti in onore della Santa cristiana.
Flavio Mela

CONTINUA A LEGGERE...

martedì 3 novembre 2009

Storia. "Il Mistero Mazzarino". La sorprendente scoperta di una Europa che trova le sue origini nel cuore di Sicilia.

"La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza." (Albert Einstein). Una frase che alcuni riescono bene ad impersonificare e a rendere propria, pur di sacrificare anni di lavoro. E' il caso del Professore Ferreri Giuseppe che, da un'intuizione, ha innescato un processo di ricerca che lo ha portato a risultati straordinari e sbalorditivi. Lo scrittore, dopo appurati studi e ricerche, scopre come una cittadina del centro Sicilia sia collegata a fatti ed eventi propri di un'altra nazione e di persone che hanno segnato la storia del mondo politico durante la storia moderna come l'Illustre Cardinale Giulio Raimondo Mazzarino, potente Primo Ministro del Governo di Francia del '600. Secondo gli studi del Professore, il potente ministro di Francia avrebbe avi che deriverebbero direttamente dalla cittadina di Mazzarino, ubicata nel cuore di Sicilia. Una ricerca che sicuramente raccoglie l'attenzione e la curiosità dell'attento lettore e lo fa partecipe di un ragionamento di pregiata riflessione storica. Ringraziando il Professore Ferreri di questo omaggio al blog de "Il Veltro", si propone a seguire la premessa che fa da incipit al libro che tratta di tale argomento ovvero "Il Mistero Mazzarino".Oltre a invitare alla lettura del testo per approfondire l'argomento, si consiglia di visitare il sito dell'autore ( http://ilmisteromazzarino.blogspot.com ) per poter prendere contatto direttamente con lui e porre le proprie riflessioni in merito a questo particolare argomento storico.

"Il Mistero Mazzarino" del Professore Ferreri Giuseppe
Ricercate la scienza,
anche se per questo
doveste andare
fino in Cina.
Maometto, Hadith

Questo lavoro di ricerca è scaturito da un articolo pubblicato dal quotidiano “La Sicilia“ di Catania, con il quale era presentato ai lettori il libro “Bouche Cousue”, di madame Mazarine Pingeot Mitterand, figlia naturale dell’illustre statista francese, François Mitterand. L’opera descriveva il difficile ruolo di una ventenne, impossibilitata a rivelare la propria identità, perché interessata a cautelare l’immagine pubblica del suo genitore che ricopriva, all’epoca, il prestigioso ruolo di Presidente della Repubblica Francese. Già la scelta del titolo “Bouche Cousue” rivela il lungo filo sottile, che da sempre ha legato la terra di Francia alla tradizione ancestrale della donna siciliana, da tempo immemorabile costretta a tenere “a vucca cusuta”, quando sentiva il bisogno di comunicare a tutti i suoi più intimi sentimenti e le angosce che pregiudicavano, all’occhio sociale, il ruolo e il prestigio di un familiare, con cui doveva condividere il vivere quotidiano. Lo strano fatto che un personaggio di così elevata caratura culturale e politica abbia imposto alla propria diletta figlia il raro nome di “Mazarine” e che questo corrisponde esattamente a quello dell’omonima città siciliana, ha suscitato in me una curiosità tale da sollecitare l’avvio di una serie d’indagini e di approfondite ricerche, finalizzate a scoprire la relazione che poteva intercorrere tra il nome della giovane Mazarine a quello di un’antica città dell’entroterra siciliano.A seguito di diversi confronti, contributi e riflessioni, è stato verificato che tale relazione scaturisce dalla constatazione che François Mitterand fu, probabilmente, un acuto studioso, un attento imitatore e un moderno interprete del pensiero e della politica del potente cardinale Mazzarino, l’illustre italiano che governò la nazione francese dal 1640 al 9 marzo del 1661. La lungimiranza strategica delle azioni politiche e il culto della grandeur voluta, patrocinata e attuata da Mitterand, probabilmente hanno avuto origine dal suo attento studio degli insegnamenti politici, lasciati dal Mazzarino alle classi dirigenti e ai governanti della moderna Europa. Tutti i documenti consultati hanno confermato che il padre del cardinale fu Pietro Mazzarino, un nobile di sicura origine siciliana.
A questo punto, è stata avvertita l’esigenza di capire come l’origine degli avi del cardinale si potesse collegare all’esistenza in Sicilia della città di Mazzarino.
Durante questo studio, sono state individuate e raccolte le prove utili a dimostrare che la famiglia Mazzarino ebbe sicura origine, negli anni intorno al 1250, nell’omonima città siciliana. Per presentare minuziosamente i risultati della ricerca, si è dovuto ripercorrere l’excursus historicus, che ha determinato la nascita dell’antichissima città di Mazzarino, soffermarsi sulle vicissitudini politiche, vissute da alcuni personaggi della storia della Sicilia e inquadrare le loro personalità nelle giuste coordinate del tempo e dello spazio; soprattutto è stata evidenziata l’eclettica personalità del personaggio chiave della città, l’illustre capostipite di una nobile discendenza siculo-normanna, il Conte Giovanni Mazzarino. Questi fu un uomo straordinario, una fulgida figura di combattente per la libertà, un eroe del Vespro Siciliano, rimasto, fino ad oggi, sconosciuto e che con questo lavoro viene scoperto, rivalutato e fatto emergere dalle onde marine trapanesi, che lo hanno ricoperto e sepolto da almeno 720 anni.
Per svolgere puntigliosamente questa ricerca, sono stati consultati e studiati con meticoloso interesse i volumi della storia del Vespro dello storico Michele Amari. Dall’esame di questi documenti è scaturita la nobile figura di Giovanni Mazzarino, uomo dalle eccellenti virtù, dotato di finissimo intuito politico e di quello straordinario e indomito coraggio siciliano che gli permise di sfidare i potenti del tempo, i quali lo condannarono a subire una singolare e tragica morte, provocata con i mezzi della più raffinata crudeltà. Bisogna sottolineare, inoltre, che il personaggio, è stato il capostipite della nobile famiglia siciliana dei Mazzarino, che, circa tre secoli dopo, diede i natali ad uno fra i più grandi Capi di Governo francesi, Il Cardinale Giulio Raimondo Mazzarino.
Questo lavoro farà riflettere molti studiosi, perché fornirà una nuova chiave di lettura della grande storia francese ed europea del Seicento. Consentirà, altresì, agli appassionati di scoprire che le raffinate doti diplomatiche e l’accorto pragmatismo mazzariniano hanno avuto la loro culla fra i campi di grano delle argillose contrade di quest’antica terra di Sicilia, sono cresciute sulle scrivanie barocche dei palazzi governativi di Palermo, Roma e Parigi. Probabilmente si sono consolidate fra le coltri di seta delle auguste camere da letto della corte francese, anch’esse immancabilmente fornite della “muschittera”, quel singolare baldacchino di tela che sovrastava le riservate alcove dei talami regali e che impediva l’intrusione di mosche e insetti negli ambienti più intimi, nei quali i nobili celebravano i loro frequenti riti d’amore. Detto baldacchino in Sicilia prese il nome di “a mazzarina” probabilmente lo stesso avvenne anche in Francia.
La ricerca si caratterizza per aver inquadrato i personaggi e gli avvenimenti individuati nella realtà mazzarinese nella cornice della grande storia siciliana e di quella europea. Essa è dedicata ai milioni di siciliani emigrati, che hanno lasciato l’isola per ricercare altrove un posto di lavoro, utile a soddisfare i bisogni elementari di vita e per riscattare la loro dignità di uomini onesti, che non si sono piegati alla terribile logica feudale della prepotenza, praticata diffusamente dalle classi dirigenti succedutesi al governo dell’isola e dello Stato. Se si riflette un poco, si scoprirà che anche gli avi e il Cardinale stesso furono degli emigranti, che fecero fortuna in luoghi diversi, rispetto a quelli nei quali erano nati. Queste riflessioni sono, altresì, dedicate a tutti i mazzarinesi, con la speranza che possano scoprire, fra queste righe, l’orgoglio di appartenenza ad una terra antica e nobile, grondante di una storia millenaria, che ha attraversato i secoli, soffermandosi nelle fantastiche stanze dei palazzi più importanti di Europa, fino a raggiungere la principesca dimora di Sua Altezza Serenissima il Principe Alberto di Monaco, attuale detentore dell’antico titolo nobiliare di Duca di Mazzarino.
In conclusione, bisogna rivolgere un devotissimo ringraziamento a Maria SS. del Mazzaro, la Patrona della città di Mazzarino, che mi ha costantemente e amorevolmente guidato, agevolando in ogni passo il mio lavoro di ricerca. Lo svelarsi, oggi, dell’intrigante “MISTERO MAZZARINO” potrebbe essere interpretato come un arcano disegno che intende offrire alla posterità, una nuova lettura del quadro intricato degli accadimenti storici, in questo estremo lembo di terra siciliana che, dal loro naturale evolversi, hanno determinato eventi di notevole rilievo per la storia dell’umanità. Per superare l’endemica marginalità di questa terra afflitta, devastata e depauperata da un’emigrazione incessante, diretta verso le città dell’alta Italia, in particolare verso Cinisello Balsamo, bisogna scavare nel profondo solco dell’antica storia cittadina, dissodando, con energia il terreno fecondo di quel passato glorioso, che nasconde, come in un prezioso scrigno, il seme catartico, dal quale può nascere rigoglioso un futuro foriero di sviluppo, di lavoro, di pace, di amore, per i singoli componenti della comunità mazzarinese.

CONTINUA A LEGGERE...

lunedì 2 novembre 2009

Antropologia. Il "giorno dei Morti" (2 Novembre). Defunti, doni e bambini nella tradizione antica.

Ogni anno il 2 Novembre c'è l'usanza di andare al cimitero per commemorare i Morti. Fiori e lumini riempiono il cimitero dei paesi e l'aria che si respira è quasi di festa, una festa particolare in cui i defunti si fanno "presenti" e dispensatori di speranza per le preghiere dei familiari ma anche di doni e regali veri e propri ai bambini. Per tale evento, "i morti" o "iornu di li morti", è infatti tradizione "rituale" che i fanciulli ricevano qualcosa dai loro cari familiari defunti, un tempo paste e dolci e oggi giocattoli, creando una sorta di legame magico e sacro tra il materiale e l'immateriale. Un rapporto particolare che chiaramente fa sorgere non pochi dubbi. Prima di toccare direttamente l'argomento del rapporto dei bambini con i morti è doveroso porgere una premessa a quale filosofia antecede questa prassi tradizionale.
Quest'ultima sarebbe infatti figlia della credenza arcaica secondo cui i morti non morivano definitivamente e quindi non passavano ad "un altro mondo". I defunti acquisterebbero infatti una forma elementare di esistenza presente, dunque, nel materiale come i vivi. Non è un caso che i defunti appaiono in diverse occasioni (familiari in qualcune società più tradizionali) come quando si crede che i morti diano " i numeri del lotto" in sogno.I morti divengono così entità buone ma comunque da rispettare. Un tempo si credeva che i morti sorvegliassero da sotto terra le sementi e le facessero crescere bene e vigorose. E sementi buone significava certamente gran raccolto e indirettamente cibo e sopravvivenza. Se i morti non fossero stati rispettati, i vivi temevano la loro collera che sicuramente avrebbe portato al disfacimento, quindi, della stessa loro sopravvivenza. Da ciò è chiaro che l'uso di imbandire tavole per l'anima del defunto significava soprattutto raccogliere la sua grazia e la sua benedizione. I morti si fanno dunque vivi e una forte incidenza della tradizione appena delineata è ben incisiva nella commemorazione dei defunti del 2 Novembre. Lo studioso Pitrè, in merito alla Sicilia, scrive " [...] Nella notte dal 1° al 2 Novembre i morti lasciano la loro paurosa dimora, e in fretta o alla spicciolata scendono in città a rubare a' più ricchi pasticceri, mercanti, sarti, ecc., dolci, giocattoli, vestiti nuovi e quanto altro è in essi di donare a' fanciulli loro parenti, che siano stati buoni nell'anno [...]". In alcuni paesi siciliani capita anche che i bambini scrivano una lettera ai cari defunti, condizione del tutto simile all'evento del Natale e alla stessa stregua della lettera di richiesta a Babbo Natale o la Befana.
Uno dei doni tradizionali era sicuramente la "frutta martorana" ovvero delle paste di zucchero e mandorla, colorate ed a forma di ogni tipo di frutto.
Ma perchè i doni si fanno ai bambini? Una teoria molto affascinante e che sicuramente ha origini antiche darebbe agli stessi bambini la funzione di rappresentare i morti ai quali, arcaicamente, come detto, si donava cibo, ma anche sementi, che li quietava per la loro continua sete di vita e di essere presenti tra i vivi. I bambini sono, secondo le credenze, ancora ibridi, come dimostra il fatto che in alcune lingue si usa il neutro nei loro confronti: quindi nè maschi e nè femmine. Non sono mai incorporati bel gruppo sociale, ossia appartengono di quella diversità che è il tratto connotativo che distingue i morti dai vivi. E' per questo che simbolicamente sono tanto vicini ai morti e prendono le "sembianze" delle entità dell'oltretomba. In qualche modo, donare ai bambini "da parte dei morti" diviene una copertura di un dono fatto direttamente ai defunti da parte dei vivi, per una prassi di "propiziazione" che ha origini antiche che non hanno nulla a che vedere con l'attuale realtà moderna. Una tradizione antica che si rinnova ogni anno impregnandosi dello stesso, anche se in maniera latente, significato originario.
Flavio Mela
CONTINUA A LEGGERE...

domenica 25 ottobre 2009

Storia. Castelli & Fortezze. "U Cannuni" di Mazzarino.

Conosciuto ufficialmente come "Castelvecchio" o "Castello Castelvecchio", il rudere di una roccaforte antica di Mazzarino viene conosciuto nell'entroterra siciliano come "U Cannuni", per quella sua unica torre, appunto cilindrica, che tonda e fiera svetta verso il cielo ignara quasi del trascorrere del tempo.
E' "principe" di Mazzarino il castello e tanto è possente che dalla piazza dell'Immacolata, cuore della cittadina, è possibile poterlo gustare in mezzo a quel paesaggio di gran lunga ancestrale e nordico per via della collina che si rigetta poi sulla vallata sconfinata a nord.
Della storia di tale maniero è ben consolidata la notizia che fu acquistato da Stefano Branciforti tra il 1282 ed il 1292 ma quasi certamente era la splendida abitazione, prima di tale cronologico riferimento, di chi a Mazzarino aveva prestigio e soprattutto potere. Ma n
on per lungo il castello ebbe ad essere una residenza signorile e dopo alcuni secoli i Branciforti andarono ad abitare all'interno della cittadina, nel loro lussuoso e pregiato palazzo.Eppure il 18 maggio 1790, Salvatore Branciforti nominò castellano della fortezza un certo Don Pietro Accardi.
Ciò che resta ad oggi del maniero di un tempo sono ruderi sorvegliati dalla massiccia e splendida torre, l'unica rimasta in piedi di quattro. Di queste due erano praticabili ed ospitavano stanze d'abitazione m
entre le altre avevano uno scopo prettamente difensivo. All'interno v'era una grande corte con ambienti destinati alle stalle, ai magazzini, a dispense, a ambienti di convivio etc.
Seppur fantasma di ciò che era un tempo, questa fortezza parla di storia ancora oggi al passante che resta ammaliato dalla sua
imperiosità e soprattutto da quel paesaggio che si estende magnifico alle spalle delle mura. Un teatro di recente costruzione (anni '80) ha reso il castello scenografia di numerosi spettacoli teatrali, riuscendo così a valorizzarlo come bene d'arte.
Bibliografia di riferimento ed approfondimento

- Cassarà A., La
Cagnina G., Chinnici C., Incardona C., Tricoli F., I Luoghi della Memoria. Conoscenza e valorizzazione dei Centri Storici di Mazzarino Riesi Sommatino, Distretti Scolastico N. 11, Caltanissetta, Salvatore Sciscia Editore, 1999.
Flavio Mela

CONTINUA A LEGGERE...

lunedì 12 ottobre 2009

Letteratura. "I Malavoglia". Il romanzo che diede l'eternità ad un popolo.

Colpito dalla bellezza dei luoghi e dalla naturalezza del popolo del borgo di pescatori, un uomo di nome Giovanni Verga, scrittore catanese, tra il 1876 e il 1880, impreziosì Acitrezza delle sue note di scrittura e della sua rima poetica. Da questa ispirazione nacque uno dei romanzi più famosi dello scrittore ovvero I Malavoglia. Pubblicato nel 1881, il romanzo rappresenta la vita di un mondo rurale arcaico, chiuso in ritmi di vita tradizionali, temporalmente scandito dal ciclo delle stagioni e dominato da una visione della realtà che trova il suo punto di vista nella saggezza antica dei proverbi. Sembra un mondo privato del tempo che ricade su questo mondo tutto immobile come una valanga. La storia penetra in quel sistema arcaico, ne spezza la compattezza e ne rompe gli equilibri.
Tutto inizia con l’Unità d’Italia, 1863, i cui cambiamenti sociali investono, con le sue tensioni, il piccolo abitato di Trezza come la coscrizione obbligatoria, ignota durante il Regno borbonico, che sottrae braccia al lavoro, mettendo in crisi la famiglia come arcaica unità produttiva. Per il servizio militare parte il giovane ‘Ntoni della famiglia Toscano, i futuri Malavoglia. Questo provoca la dissoluzione della tranquillità della famiglia che inizia a risentire di atroci difficoltà economiche e di sventure che alterano in negativo l'equilibrio tra la famiglia Toscano e il sistema sociale del villaggio. A ciò si aggiunge l’affaticamento sociale del villaggio che afflitto dalle tasse, dalla crisi della pesca, il treno, il telegrafo e le navi a vapore, si ritrova a reagire ostilmente ma allo stesso tempo a mutare per gli influssi esterni e dinamici della modernità calzante. La trasformazione avviene e I Malavoglia, a causa delle difficoltà economiche, sono costretti a diventare da pescatori a negozianti. Falliscono nella loro iniziativa e da lì a poco subiscono un pro¬cesso di declassazione, passando dalla condizione di proprietari di casa e barca ( la casa del Nespolo e l’imbarcazione Provvidenza) a quella di nullatenenti, costretti ad andare a giornata per vivere.
Perché Giovanni Verga sceglie Trezza come scenografia della storia dei Toscano? La scelta di Trezza come epicentro della storia romanzesca non è casuale. Tra le varie località siciliane, Verga dovette affidarsi alla memoria per ritrovare quella che potesse sostenere armoniosamente la vicenda del suo dolente dramma. Nel ricordo l'immagine del paesetto marinaro, con la sua macchia scura di rocce laviche sullo sfondo cupo azzurro del mare, gli apparve lo scenario piú indicato. Le rive nere apparvero allo scrittore la meta ideale della sua mestizia e questa simbiosi tra sentimento e natura si tradusse in un attenzione particolare da parte del narratore della sciara, termine siciliano indicante il desertico paesaggio vulcanico, che delimita il paese. L'insistenza dello scrittore sul tema della sciara avvolge l’ambiente di una tonalità di perenne desolazione, che si esprime altresí nelle vesti scure e dimesse delle comari, e nella chiusura del volto e dei sentimenti, di cui è simbolo il tradizionale costume paesano. Non di certo mancano atmosfere più distese e leggere durante la narrazione ma quando gli eventi precipitano, allora è come se tutta la scena si oscurasse, per adeguarsi al tragico soffio della bufera che spazza via ogni cosa come quando la Provvidenza, carica di Bastianazzo e dei lupini, si avvia alla catastrofe, sublimando il pathos di apice tragico senza eguali. Per concludere sullo spaccato letterario sui Malavoglia, la grandezza e l’originalità del romanzo, che rappresenta non solo il capolavoro dello scrittore siciliano, ma un capolavoro in senso assoluto della letteratura italiana, non fu immediatamente compresa, né dal pubblico né dalla critica che lo accolse piuttosto freddamente. Rivalutata con grande interesse negli anni successivi, la storia dei Malavoglia è divenuta universale e salpando da Trezza è approdata in tutto il mondo, consegnando la civiltà trezzota ad un viaggio di memoria che non ebbe e non avrà mai fine. Dell’epoca del Verga rimane nel paese di Trezza la bruna costa formata quasi per intero dalle colate vulcaniche, lo stesso materiale che, ai tempi dello scrittore, macchiava la creta biancastra delle casupole dei pescatori tanto da renderle mimetizzate con il cupo lividore della lava spenta.
Flavio Mela

CONTINUA A LEGGERE...

domenica 20 settembre 2009

Miti & Leggende. La fiera fantasma di Monte Navone.

Al centro delle contrade Navonello, Braemi, Cucchiara, Rossignolo, Scalisa, tra i paesi di Piazza Armerina e Barrafranca, si erge per ben 754 metri d'altezza Monte Navone. Monte dalla forma piramidale, secondo alcune tracce archeologiche, è considerato luogo anticamente antropizzato. La sua storia si perde nel tempo antico. La sua sommità, in particolar modo, è ricco di tracce di insediamenti di diverse epoca, tra cui quella greca. Figlio di una natura selvaggia ed incontaminata, Monte Navone fu ed è un vera e propria fonte di ispirazione per le leggende e le storie popolari più ancestrali e occulte. La sua nebbia che silenziosa scende dalla sua sommità durante i giorni d'inverno sembra portare con se tutto il peso dei secoli antichi, avvolgendo di misero le sue pendici verdeggianti. Basti pensare che proprio in cima si narra di un misteriosissimo tesoro, detto "dei sette re", custodito da spiriti. Ma la leggenda più famosa e comune è quella che narra di una fiera fantasma che ogni anno prenderebbe vita dal nulla. A Piazza Armerina e a Barrafranca si racconta che quando la Madonna Annunziata si celebra di lunedì a Monte Navone "si fa festa" e proprio dalla grotta del tesoro dei sette re si odono strida e lamenti. Altre varianti vogliono la fiera ricrearsi quando Natale (a Raddusa) cade di lunedì oppure quando, durante quest'ultimo, si festeggia Sant'Agata (a Piazza Armerina).
Per quel che concerne la prima variante, si narra che quando il Natale cadeva, per l'appunto, di lunedì gli antichi facevano festa sul Monte Navone con una fiera. In quel grande mercato v'erano beni di ogni tipo, animali di ogni specie e tanta gente. Un uomo vedendo tutto ciò si meravigliò e disse che sarebbe stato stupendo se quelle persone e quelle persone fossero diventate oro. Mentre affermava questo, i cieli si aprirono e tutti furono tramutati in oro. La montagna si chiuse. Da quel momento se qualcuno si trovasse ad andare a Monte Navone durante un Natale festeggiato di lunedì e senza sapere la storia e toccasse la montagna, la maledizione si spezzerebbe rendendo nuovamente ogni uomo ed ogni bestia nuovamente com'era, vivo e vegeto.
Simile ma diversa è la seconda variante. In tale leggenda è la festa di Sant'Agata ad essere presa in considerazione. Infatti se un visitatore, senza sapere che in quel lunedì si festeggia la santa, si trovasse ad andare a Monte Navone, si ritroverebbe circondato da una fiera in festa. Da questa può comprare ogni cosa, tutto quel che vuole e, dopo mezzanotte, una volta a casa, tutto si trasformerebbe in oro puro.
Sembrerebbe tutto rose e fiori ma c'è una nota dolente. Il visitatore dopo aver visitato la fiera può certamente tornarsene a casa ma durante il tragitto più di una voce chiamerebbe il suo nome nel buio e nel silenzio. Lui ha l'obbligo di non voltarsi mai e per nessuna ragione. Solo in casa queste voci svanirebbero. E se qualora si voltasse, tutto quello che è riuscito a prendere alla fiera si trasformerebbe in nulla e gli spiriti lo picchierebbero brutalmente. Questo, secondo alcuni racconti, potrebbe anche portare alla morte dopo qualche giorno avanti la visita alla fiera di Monte Navone.
Per l'approfondimento si consiglia il testo del professore Vittorio Malfa intitolato Maghi, Streghe e malìe nel cuore di Sicilia ( Enna, Il Lunario, 1998).
Flavio Mela

CONTINUA A LEGGERE...

venerdì 11 settembre 2009

Cinema. Fiction “Caravaggio”: ciak a Piazza Armerina

Carissimi Lettori, il "Veltro" è lieto di annunciarvi l'apertura di una nuova sezione dedicata completamente al Cinema in Sicilia e per la Sicilia. Molti film prendono come proprie "scenografie" le terre incantevoli e selvagge dell'Isola, rendendoli "miti" nell'artistica cultura delle pellicole, come non pochi trattano tematiche siciliane contribuendo alla memoria della storia della splendida terra di Trinacria. Oggi come ieri molti autori hanno reso omaggio al paesaggio siciliano o al suo popolo con opere di grande rilievo che hanno segnato la storia del grande schermo. La sezione "Cinema" prende avvio con un articolo dedicato alle riprese della fiction "Caravaggio", che ha visto i propri attori girare tra le vie o all'interno di antichi monumenti del centro Sicilia ed oltre come Piazza Armerina. L'articolo, egregiamente stilato, è del Dottor Cristian Orlando, che nella propria tesi di laurea " Un percorso di cineturismo: storia e fiction "Caravaggio" a Piazza Armerina", ha sapientemente descritto l'evento ma anche analizzato quale impatto può avere un'esperienza cinematografica nel contesto culturale e turistico. L'articolo è un estratto della tesi. "Il Veltro" ringrazia il Dottor Orlando per la sua testimonianza e per le originali foto (da dietro le quinte) che ha gentilmente fornito. Buona lettura.

" Fiction "Caravaggio": ciak a Piazza Armerina"
del Dottore Cristian Orlando.

Tra l’8 e l’11 maggio 2006, la magia del cinema ha riportato indietro nel tempo la città di Piazza Armerina. Per battere il primo ciak sulla vita di Caravaggio, la produzione ha scelto alcune locations del centro storico della “Città dei Mosaici”. Così, già a partire da giorno 7 maggio, sono arrivati in città ben sei tir per allestire il set in modo da “antichizzare” alcuni scorci della città. Le locations interessate, per effettuare le riprese, sono state: l’interno della Commenda dei Cavalieri di Malta, Piazza Duomo, Palazzo Trigona e i boschi della Bellia. Dopo i primi due giorni nel centro storico piazzese, la troupe si è trasferita alla masseria Mandrascate, un antico podere situato tra Valguarnera e Piazza Armerina, e successivamente ha proseguito le riprese nel capoluogo siracusano. Grazie alle suggestive ambientazioni il territorio dei monti Erei si è rivelato location ideale per il regista Angelo Longoni, che ha così affermato: “Abbiamo scelto questo angolo dell’isola perché ci consentirà di ricostruire, oltre che la Sicilia dell'epoca, anche le atmosfere lombarde degli anni della formazione. Narreremo di questo suo soggiorno siciliano costellato di paure e angosce. Il racconto di un uomo in fuga, un evaso roso dall'irrequietezza”. Le riprese della fiction sulla vita di Caravaggio iniziano nella mattinata di giorno 8 maggio 2006. La prima scena girata all’interno della Commenda dei Cavalieri di Malta di Piazza Armerina, è ambientata a Messina. Qui, in una stanza dell’ospedale Crociferi, nel 1609, pochi mesi prima della sua morte, si ritrova un Caravaggio fuggiasco e ricercato dalle autorità pontificie mentre dipinge “La Resurrezione di Lazzaro”. Il dipinto, come riportano le fonti analizzate in precedenza, era stato commissionato per l’esorbitante cifra di mille scudi da un uomo d’affari genovese, Giovanni Battista de’ Lazzari, per la cappella votiva di famiglia. Dopo il lavoro di tecnici e arredatori, che hanno predisposto la grande tela ad olio, i ponteggi, i pennelli, i contenitori di colori, le candele e le lanterne, viene battuto il primo ciak al grido di: “Silenzio fuori, si gira”, da parte dell’ispettore di produzione, Vincenzo Cusimano. Tre becchini, guidati dal fedele amico di Caravaggio, Mario Minniti (Paolo Briguglia), portano all’artista (Alessio Boni) il cadavere necessario a dipingere il Lazzaro miracolato da Gesù Cristo. Nel secondo ciak, l’artista esamina il cadavere e tra gli odori nauseabondi ed una ripetuta tosse secca, promuove il cadavere come adatto a poter fare da modello per il suo Lazzaro, mentre l’amico Minniti, con una mano al naso, tenta di salvarsi dal tanfo funereo che lo colpisce. La scena finale della mattinata vede come protagoniste un gruppo di comparse piazzesi che fanno da modelli al geniale Caravaggio. All’interno dell’ex chiesa della Commenda, per girare questa scena, è stata collocata una grande riproduzione della tela, fedele nelle dimensioni all’originale(esposto al museo regionale di Messina). L’artista è colto nell’attimo in cui è impegnato negli ultimi ritocchi del suo dipinto, dove sul corpo di Lazzaro in diagonale, in bilico tra la vita e la morte, si staglia una luce a sprazzi proveniente da sinistra, grazie ad un effetto speciale ideato dal maestro della cinematografia Vittorio Storaro. Nel pomeriggio è la volta dell’ultima scena girata alla Commenda, quella in cui la folla vede finalmente l’opera terminata. Viene colto il carattere irascibile del Caravaggio, soprattutto dopo i giudizi negativi che gli vengono mossi dal critico d’arte (interpretato dall’attore Turi Amore) che contesta il dipinto all’artista, affermando che è in parte vuoto. Il pittore infuriato sta per squarciare la tela a colpi di pugnale, ma viene immediatamente fermato dal fidato amico Mario Minniti. Per tutte le scene della giornata sono state impegnate nelle riprese ben 70 comparse, interpreti di svariati personaggi: 11 modelli, 20 nobili, 20 prelati, 5 frati francescani e 10 popolane. Il 9 maggio la troupe si sposta in piazza Duomo. I tecnici dell’entourage Rai hanno effettuato dei lavori di “occultamento” delle tracce di modernità, come lampioni, cavi elettrici e grondaie, non compatibili con le ambientazioni cinquecentesche del film. La pavimentazione di Piazza Duomo è ricoperta da centimetri di sabbia arenaria. Inoltre, vengono posizionate bancarelle, per simulare un mercato rionale, carri e carrozze in legno. Anche il portone di palazzo Trigona viene sverniciato per essere adattato alle esigenze del copione. Questa nuova giornata di riprese, registra anche l’arrivo sul set dell’attrice Elena Sofia Ricci nei panni della marchesa Costanza Colonna. Questo personaggio, come si evince dalle fonti, insieme ai suoi familiari ha sempre protetto Michelangelo Merisi durante la sua breve ma intensa esistenza. Nella prima scena della giornata, dentro una carrozza in legno posta accanto alla scalinata del Duomo, Caravaggio (Alessio Boni) ferito alla testa nel corso dell’ennesimo duello, chiede aiuto alla nobildonna, a Napoli, vicino al palazzo dei Colonna. In questa scena il pubblico presente assiste a qualche effetto scenico svelato, per la carrozza che viene mossa appositamente simulando il trotto dei cavalli. Altra scena girata è quella riguardante l’entrata della carrozza, fornita di magnifici cavalli bianchi, all’interno di Palazzo Trigona. Sullo sfondo, un mercato rionale con poche comparse vestite da venditori e popolani. In questa scena si simula l’ingresso all’interno del palazzo nobiliare napoletano dei Colonna. Un altro ciak, girato all’ingresso del palazzo, è quello riguardante brevi dialoghi tra la marchesa Costanza ed il figlio Fabrizio (Ruben Rigillo), con la consegna di una lettera di protezione. Una delle scene più toccanti della due giorni piazzese, è quella dell’addio di Costanza a Caravaggio mentre egli sale sulla carrozza che lo farà partire verso le spiagge romane, in cui troverà la morte nel 1610. Le riprese degli esterni girati a Piazza Armerina sono state montate con uno scorcio del bosco della Bellia riscoperto anche questo come location del film. Nei giorni 10 e 11 maggio il set si sposta nella tenuta di Mandrascate, alle porte di Valguarnera. Si girano le scene di Caravaggio bambino (Adriano Todaro) che, a soli sei anni, assiste alla morte del padre Fermo e del nonno paterno, colpiti dalla peste. Tutte le scene di giorno 10 maggio hanno come sfondo la peste del 1577. A Caravaggio, la quieta cittadina rurale a pochi chilometri da Milano, si svolge un dramma ed il piccolo Michele tenta di osservare gli appestati morenti, mentre becchini e popolani hanno l’amaro compito di raccogliere i cadaveri bendati, disposti in fila sul ciottolato della fattoria. Protagonisti dunque, i corpi bendati senza vita e poi bruciati, i bubboni dei malati, il lavoro dei becchini vestiti di nero, le donne che gridano di dolore per la perdita dei loro cari. Il giorno successivo vengono girate le scene di un Caravaggio ancora adolescente (Thomas Cibelli), preso a contratto all’età di 13 anni, a Milano, presso la bottega del maestro d’arte Simone Peterzano. Nonostante le proteste del ragazzo, la madre (Marta Bifano) decide di farlo partire salutandolo in lacrime mentre la carrozza d’epoca si allontana dal borgo caravaggino. Dopo Piazza Armerina e Mandrascate (Valguarnera), le riprese continuano per due settimane nel Siracusano: nel Castello diroccato di Augusta, a Marzamemi e nel Castello Maniace ad Ortigia. All’interno del Castello Maniace, si gira una scena ambientata a Malta: l'incontro fra Caravaggio e Alof De Vignancourt. Il Gran Maestro dei Cavalieri di Malta accoglie l'artista in fuga, inseguito dal mandato d'arresto per omicidio, e lo protegge. Una copia del ritratto del Gran Maestro campeggia al centro della sala dove la troupe è al lavoro fra carrelli e macchine da presa mentre il maestro Vittorio Storaro si affanna per ricreare con i fasci di luce che entrano dai finestroni e con quelli di luce artificiale l'effetto chiaroscuro necessario ad un interno d'epoca. In un’altra scena il castello Maniace diventa, nella finzione cinematografica, il maniero di Forte Sant'Angelo a Malta. Il carcere dal quale Caravaggio riesce ad evadere roccambolescamente, riparando successivamente in Sicilia. La presenza della troupe cinematografica, nella città dei mosaici, ha generato un particolare entusiasmo sia tra i cittadini che tra gli operatori e gli addetti ai lavori. Il protagonista della fiction, Alessio Boni, dopo aver girato le prime scene in città, ha infatti dichiarato: “l’inizio è ottimo anche perché Piazza Armerina è fantastica, non solo la Villa Romana, dico tutta la città e poi l’ospitalità che abbiamo trovato è straordinaria”. Soddisfatto della città si è dichiarato anche Enrico Kori, responsabile del casting: “avevo visto come tutti la Villa Romana famosissima, ma confesso che non avevo avuto modo di apprezzare la città antica e le sue diverse sfaccettature artistiche e architettoniche. Ho fatto un reportage che sottoporrò ad altri registi interessati a location cinematografiche, cercando di dare risalto agli scorci più suggestivi, e sono certo che quest’avventura cinematografica per Piazza Armerina non finisce oggi”. Effettivamente, la città, per la sua ricchezza culturale e monumentale, ben si presta all’ambientazione cinematografica auspicando a nuove avventure simili; non solo per il cinema che è un fatto episodico e sporadico, quanto per il turismo e gli eventi che possano catalizzarlo.

CONTINUA A LEGGERE...

giovedì 10 settembre 2009

Antropologia. Il "viaggio" tra magia e fede: la "Processione degli Spiriti" di Piazza Armerina

Il “viaggio” a Piazza Armerina è un argomento alquanto interessante soprattutto se relazionato al luogo della chiesetta di San Giacomo (XV secolo), sita all’estremo nord della cintura urbana (nei pressi del cimitero Bellia), da cui si dice, partivano i fedeli per il pellegrinaggio spagnolo di Santiago de Compostela. In questo preciso punto, più o meno da sempre, si sono susseguite due determinati viaggi interessanti dal punto di vista antropologico: il viaggio per San Filippo di Aidone che va dalla zona della chiesetta fino alla cittadina, e il viaggio o processione, non più esistente, in onore di San Giacomo . La prima regolarmente approvata dalle istituzioni ecclesiastiche, la seconda abolita dalle stesse come al di fuori delle regole della Chiesa. Chiamata la Processione degli Spiriti, essa si svolgeva ancora fino a trent’anni fa. La cerimonia aveva inizio alle ore 23 e si eseguiva il 25 Luglio.Il corteo era formato esclusivamente da laici, senza l’approvazione dell’autorità ecclesiastica , e, dopo essersi composto nei pressi della chiesetta di San Giacomo si snodava lungo la direttrice della città, che collega il cimitero alla zona sud dell’abitato, fino a Santa Croce ed ivi giunto invertiva la marcia per ritornare al punto di partenza. I processionanti tenevano i ceri accesi infiorati, che poi venivano depositati ai piedi della statua del Santo, sfilavano in assoluto silenzio e pregavano mentalmente, mentre si avviavano lungo la città, allora scarsamente illuminata. Quindi era molto facile che quella processione veniva scambiata per un manipolo di spiriti. Il voto del silenzio veniva interrotto ogni tanto dal capoprocessione, che teneva una canna a sette nodi, con la quale segnava il tempo per interrompere le orazioni mentali e permettere che tutti gridassero “Sto facendo il viaggio a San Giacomo” .
Ma qual era il senso di tutto ciò? Il viaggio, secondo la tradizione orale, aveva un effetto di espiazione dei propri peccati e assicurava ai processionanti la remissione della pena temporale valendo come acquisto di indulgenze a proprio suffragio. L’aspetto poco ortodosso è da individuare nel fatto che i pellegrini notturni espletavano il voto per evitare, una volta morti, che le loro anime, uscendo dal Purgatorio, fossero costrette a compiere la processione in espiazione dei loro peccati . Questa antica processione era per i Piazzesi avvolta da un alone sacro e allo stesso tempo magico di mistero, infatti i partecipanti non dovevano mai voltarsi per non incorrere nel rischio di rimanere paralizzati. Nè potevano essere disturbati da persone al di fuori della processione, poiché queste potevano correre il rischio di andare incontro a mali e persino alla morte.
Testo consigliato su questa tematica.
Malfa V., Maghi, streghe e malie di Sicilia, Enna, Editore Lunario, 1998.

Flavio Mela
CONTINUA A LEGGERE...

lunedì 31 agosto 2009

Musei & Parchi. Oltre il Cuore di Sicilia. La Casa del Nespolo: lì dove è possibile sentire il russare del mare. (Acitrezza - CT)

In via S. de Maria ad Aci Trezza è ancora conservata una tipica casa di pescatori di fine ‘800. Quest’abitazione prende il nome di Casa del Nespolo, lo stesso nome che usò Giovanni Verga per quella dei Malavoglia. Probabilmente lo scrittore, nella scelta di questo particolare nome, fu ispirato dal fatto che chiunque costruisse una cosa coltivava al suo interno un orticello con uno o più alberi di limoni, arance, fichi e mele. Ma non mancava mai l’albero di nespolo al di sotto del quale, data l’ombra, i pescatori solevano intrecciare le loro reti o ripararle.
Di tutte le case di
pescatori che dovevano costellare l’abitato di Trezza, la Casa del Nespolo è una delle poche rimaste. Di fianco alla chiesa di San Giovanni Battista, la casa, ormai Museo, accoglie il visitatore con il suo cortile, rifornito chiaramente del tipico nespolo e da un orticello, a cui sia accede tramite uno splendido ingresso caratterizzato da un arco in pietra lavica a tutto sesto. Una volta dentro, ci si immerge nel mondo antico dei pescatori trezzoti. Due stanze una sulla destra e l’altra sulla sinistra sono il fulcro della memoria del paese dei Malavoglia. Sulla sinistra un ambiente a pianta quadrangolare ospita cimeli, fotografie, locandile e libri del grande evento cinematografico che portò Aci Trezza nelle sale cinematografiche di tutta Italia prima e del mondo poi, grazie all’opera su citata di Luchino Visconti a cui è dedicato l’ambiente. Nell’altra stanza, quella sulla destra, intitolata La stanza dei Malavoglia, v’è una stupenda ed interessante raccolta etno-antropologica di oggetti antichi legati alla pesca e suppellettili proprio di una casa trezzota tra cui diverse reti, lenze, sedie, arnesi da lavoro, e persino un bossolo di missile della seconda guerra mondiale riutilizzato come recipiente di piombo per tenere sigillata la neve condita (la granita) che i pescatori si portavano nelle battute di pesca per refrigerarsi dal caldo e non disidratarsi.
Di notevole importanza anche le fotografie direttamente scattate da Giovanni Verga e le lettere di corrispondenza di quest’ultimo con il fratello Pietro.
In conclusione, la Casa del Nespolo è un fascinoso ambiente di grande spessore storico e culturale che da a chi la visita la sensazione, come diceva Verga della casa dei Malavoglia, che dal suo ventre è possibile ascoltare il russare del mare.
Per visitare il museo, per assistere a rievocazioni letterarie e storiche all'interno degli spazi museali o per maggiori informazioni visitare il sito www.museocasadelnespolo.info.
Flavio Mela

CONTINUA A LEGGERE...

domenica 23 agosto 2009

Storia. Castelli & Fortezze. La Torre di Federico II. La "silente sentinella" di Enna.

Unica torre ad essere menzionata da Goethe, il donjon di Federico II, sito nella città di Enna, è uno dei fortilizi più conservato del centro di Sicilia. Originariamente inserito in un contesto militare chiamato Castello Vecchio, di cui restano alcuni ruderi, il torrione si presenta alto ed imponente, austero nella struttura esterna, priva di decorazioni, e di forma ottagonale. Meta di grande contesa è ciò che concerne le origini della torre. Mentre inizialmente, secondo alcuni studiosi, la torre fu attribuita a Federico II D'Aragona nel 1300, la tesi oggi più quotata è quella che vuole l'edificazione per mano di Federico II di Svevia. Grande elemento che avvalora questa ipotesi è soprattutto la struttura geometrica della torre, caratteristica delle fortezze federiciane come Castel del Monte (Comune di Andria in Puglia). Sentinella silente del lato occidentale, non abitato, dell'antica Castrogiovanni, oggi Enna, il torrione ottagonale racchiude al suo interno due grandi sale, per ognuno dei piani, con delle coperture a volta, a otto vele. Lo spessore delle mura della torre è talmente elevato che le volti non hanno bisogno di contrafforti a rinforzo. Nella zona del pianterreno, illuminata solo da tre feritorie, v'è un'apertura centrale attraverso la quale si raggiungono i sotterranei che, secondo alcuni, ospiterebbero anche il cunicolo che dovrebbe costituire un collegamento con la Lombardia, la grande fortezza di Enna. La volta del pianterreno ha unghie salienti di arco a sesto acuto , che iniziano tre metri sopra l'arco perimetrale, con costoloni rettangolari smussati, sostenuti da peducci semplici.
Salendo al piano superiore, tramite la scaletta a chiocciola, costruita nello spessore del muro, si accede alla prima sala grande. L'ambiente si presenta illuminato da due grandi finestre e i costoloni sono sostenuti da colonne con capitelli di bella fattura.
Raggiungendo il piano del tetto, questo ha in quattro angoli non continui mensole che costengono testate di costoloni.
Come detto la torre era al centro di un sistema di fortificazioni più ampio. Un muro ci cinta si elevava intorno, pure ottagonale, in parte conservato. E' riconoscibile l'impianto di due por
tali, uno di cui si conservano le pareti laterali e il secondo, più piccolo, restaurato.
Storicamente parlando, si narra che lo stesso imperatore Federico II usasse il torrione come sua dimora estiva e che ivi fu convocato il primo Parlamento Siciliano, evento replicato nel '400, due secoli più tardi. Fonti storiche, inoltre, accertano che gli antichi astronomi abbiano disegnato proprio dalla cima della struttura ottagonale il sistema viario siciliano nonché la suddivisione amministrativa vigente nel medioevo, nelle tre "valli" (Val Demone, Val di Mazara e Val di Noto).
Illustre ed antica costruzione, la Torre di Federico II è emblematica per la sua possente mole e la sua meravigliosa architettura che impone ai visitatori il suo storico fascino ma anche i suoi ancestrali misteri. Leggenda vuole che in alcune notti, tra i viali verdeggianti che circondano il donjon, si sentano gli zoccoli di un cavallo ed il suo nitrire nervoso. In groppa a quel cavallo vi sarebbe il fantasma di Federico II di ritorno alla sua antica dimora.
Le foto sono state gentilmente fornite dal Dott. Gianfilippo Russo.

Flavio Mela
CONTINUA A LEGGERE...

giovedì 20 agosto 2009

Musei & Parchi. Oltre il Cuore di Sicilia. La grotta del Monello (Siracusa). Un discesa verso il centro della terra.

In provincia di Siracusa è possibile entrare nella vivo del romanzo di Jules Verne ovvero "Viaggio al centro della terra". E' la sensazione che si prova discendendo all'interno della grotta del Monello, un illustre esempio di strutture carsiche inserita nel contesto di una riserva che si estene per ben 59 ha, ubicata nel settore orientale dell'altopiano ibleo. Scoperta casualmente per un cedimento del terreno, la grotta si mostra al visitatore, guidato da esperti di speleologia e "armato" di caschetto e torcia, come un paesaggio veramente favoloso e straordinario. Da qualsiasi lato, la presenza di diversi speleotemi modella pareti e pavimento così che, nonostante la presenza di uno stretto sentiero interno, è difficile trovare una linearità nelle forme che si fanno via via più fantasiose e di strutture diverse. Di speleotemi, nella grotta del Monello, è possibile trovarne di tutte le tipologie: stalattiti (a punta, a mammella, a tronco d'albero, ramificate, cortiniche ecc.), cannule, eccentrici, ("peli" e "spine" sul fusto delle stalattiti), vele e cortine, meduse, concrezioni da "splash", "latte di monte", colate concrezionali sulle pareti e sui pavimenti, stalagmiti (a candelabro, a cupole sovrapposte, a pila di piatti rovesciati, a grandi foglie, a cavolfiore, a cascata ecc.), colonne e vaschette, con cordonature disposte a gradinata. Alla surreale visione dell'ambiente sotterraneo, la grotta accoglie, anche, i suoi visitatori con la frescura. Si hanno infatti temperature che variano da 10° C in Gennaio ai 16° C in Luglio all'inizio del percorso e da 17,7° C a 20,3° C nell'ultima sala che si presenta come la più grande tra tutte e anche quella più caratteristica. Le pareti sono e ogni elemento viene solcato dall'acqua tanto da portare l'umidità relativa ad un valroe che varia fra l'87 e il 98 %. All'interno degli ambienti sotterranei vivono alcuni animali. Decisamente da annotare sono gli invertebrati tra cui gli pseudoscorpioni Chtonius multidentatus Beier e Roncus siculus Beier, l'isopode Armadillium lagrecai Vandel ed il diplopode Sicilmeris dionysii Strasser e i vertebrati come l chirottero della specie Rhinolophus ferrumequinum ferrumequinum (Schreiber). Ma la grotta, nonostante sia il natural show della riserva, è inserita in un contesto paesaggistico dal grande valore naturalistico. Abbandonando così l'ambiente ipogeico e rigettando l'occhio su quello epigeico è possibile "respirare" tutta la biodiversità e le caratteristiche di un autentico paesaggio naturale siciliano. Valli fluviali ripide, chiamate localmente "cave", si alternano a sassosi e soleggiati pianori, con la presenza di colure antiche come ulivi e carrubi che con le loro grandi fronde regalano ombra dall'arsura estiva. Inserita nel contesto dei Monti Iblei, lo spaccato naturale della grotta del Monello si impreziosisce anche per la presenza di diverse specie animali e vegetali. Istrici, volpi e rapaci notturni, nascosti in anfratti e cavità, vivono in questa terra ancora incontaminata. Non solo. Vi sono anche specie rare e difficili ormai da individuare come coturnice sicula e il corvo imperiale, rettili ormai rari e a forte rischio di estinzione quali il colubro leopardino e la testuggine di Hermann. Tra i vegetali si menzionano la euforbia e la lecceta, oliveti, mandorleti e carrubeti. All'ombra degli alberi da coltura ecco la presenza dell' acanto dalla bianca fioritura primaverile ed il crisantemo giallo così come la zona rocciosa è caratterizzata dall' euforbia arborescente, dall'ogliastro, dal carrubo, dal terebinto e dall'alaterno. Ma è nell'imboccatura della grotta che si ritrova una specie endemica, rarissima e tipica solo degli Iblei ovvero l' Urtica rupestris, quasi totalmente priva di peli urticanti e che cresce normalmente negli ambienti ombreggiati ed umidi del fondo delle forre, ma in questo particolare contesto, decisamente arido, sfrutta le correnti rese fresche dalla presenza dell'ipogeo.
La grotta Monello è stata dichiarata Riserva Naturale Integrale con decreto n. 615 del 4/11/1998 dell'Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Siciliana e affidata in gestione al CUTGANA, Centro Interfacoltà dell’Un
iversità di Catania con lo scopo principale di tutelare e difendere il particolare habitat di questa porzione di territorio ibleo. All'interno è infatti edificato un centro di accoglienza che comprende un singolare museo naturale con la presenza di diverse specie animali (esemplari trovati morti nella riserva) e vegetali.
Per raggiungere la Riserva della grotta del Monello dall'autostrada Siracusa-
Gela occorre uscire a Cassibile e proseguire in direzione Floridia fino alla località "Grotta Perciata".
Per ulteriori informazioni
visionare il sito http://www.cutganambiente.it/Monello/index.html o rivolgersi a CUTGANA - Via Androne, 81 - 95124 CATANIA - email: cutgana@unict.it - Tel. 095.312104

Flavio Mela

CONTINUA A LEGGERE...

mercoledì 12 agosto 2009

Storia e tradizione. Piazza Armerina in età normanna. Nella tradizione del "Palio dei Normanni" e nell'indagine storica.

12, 13 e 14 agosto sono i giorni in cui la storia sembra rivivere tra le antiche vie di Piazza Armerina. Inoltrandosi, infatti, nel centro storico della cittadina, è possibile incontrare un notabile o un condottiero normanno, una dama o un'ancella o un intero plotone di soldati medievali. Questi sono i giorni del Palio dei Normanni. Tale tradizione si mostra come una rievocazione storica. Istituzionalizzato nel 1952, il Palio dei Normanni è divenuto nel corso degli anni una gloriosa tradizione del popolo armerino. Ma cosa rievoca? Inserito all'interno della festa patronale di Maria Santissima delle Vittorie, il cui simulacro (un'icona bizantina), secondo la tradizione, fu condotto dai Normanni in guerra contro i Mori di Sicilia (1061 d.C.), il Palio narra di quell'antica Platia (antico nome di Piazza Armerina) che, fedele al cristianesimo, aprì le proprie porte alle truppe del Conte Ruggero d'Altavilla dichiarandosi fedele alleata. Tra i momenti importanti dell'evento si ricorda la consegna delle chiavi (13 agosto) della citdi Platia (Piazza Armerina) al Conte Ruggero d'Altavilla e la quintana (14 agosto) che vede confrontarsi 5 cavalieri per ogni quartiere storico ( Canali, Casalotto, Castellina, Monte) per ottenere il privilegio di condurre il sacro vessillo di Maria Santissima delle Vittorie per le vie della città.E' sicuramente una tradizione molto particolare e ricca. Il visitatore resta affascinato dal lungo corteo militare e nobiliare che si snoda per l'antico abitato. Seppur sia nato di "recente", il Palio dei Normanni riprende comunque, indirettamente, un'usanza antica; i Normanni infatti, secondo le fonti, amavano condursi tra le strade delle proprie città, soprattutto a livello nobiliare, per mostrare la quantità dei loro uomini e dei propri mezzi. In un certo senso era una pubblicità verso il popolo affinchè questi si sentisse protetto e "godesse" della forza del proprio "regnante".
Lo spaccato storico. Tornando a Piazza Armerina è opportuno, adesso, ricreare lo spaccato storico che vide Piazza Armerina coinvolta nella conquista di Sicilia e nelle vicende dei Normanni e degli Altavilla.
Le cronache dell'epoca raccontano che nel 1076 trup
pe provenienti, al seguito dei Normanni, dalla marca aleramica del nord-ovest d'Italia occuparono i Monti Erei e alcune testate tra i fiumi più importanti come Gela, Mulinello, Braemi, Caltagirnone per creare una sorta di "cuscinetto" che impedisse la ricongiunzione delle forze arabe di Noto con quelle di Butera e di Enna.
Una volta
che la "crociata" contro la Sicilia saracena si concluse, questa gente prese il nome
di "lombardi" ed occupò i borghi musulmani colonizzandoli e richiamando ancora altra gente dal nord Italia. Così accadde che Piazza Armerina che prendeva il nome arabo di Iblatasah, assunse il toponimo di Platza o Placea. Non solo. Gli stessi Lombardi ebbero l'onore di custodire un vessillo riproducente l'immagine della Madonna che papa Alessandro II (1061-1073) aveva inviato in dono al Conte Ruggero, affinchè sotto quel segno compisse la santa guerra contro i Saraceni. Pare che fu un certo Meledio, cavaliere italico, a portare presso il proprio raggruppamento lombardo il vessillo papale che da quel momento venne portato tra la polvere e il sudore delle battaglie più feroci e terribili. Dopo la conquista di Enna (1088) e di Butera (1089) a cui partecipò il predetto raggruppamento, il vessillo di Maria Santissima delle Vittorie venne custodito presso la sede del comando del borgo militare Rambaldo, uno dei centri sotto la giurisdizione e all'interno dei confini di Placea. Questa non è da ritenersi l'attuale Piazza Armerina. Platza o Placea sono nomi che vengono riportati in diplomi notarili degli inizi del XII secolo. Tuttavia è ben certo che il conte Ruggero ebbe a ricevere un congruo rinforzo di cavalieri "lombardi" tra cui un fratello della sua sposa, Adelaide dei marchesi aleramici. Enrico, partecipando alla conquista di Butera, ebbe in moglie la figlia di Ruggero, Flandina, e in feudo gli stessi territori di Butera. Una teoria ipotizza che nel 1090 lo stesso Enrico volle insediare un borgo permanente che facesse da guardia ai vari villaggi saraceni. Questo primo nucleo, negli anni successivi, fu probabilmente meta di altre immigrazioni fino a che, durante il XII secolo, si ingrandì e si arricchì a tal punto che il geografo arabo Al-Idrisi, della corte di Ruggero II, la descrive come un munito fortilizio, cui appartiene un vasto contado con terre da semina, ecc ecc. La storia parla di questo borgo come un fulcro lombardo bellicoso e fiero delle sue tradizioni. Fatale fu tuttavia il coinvolgimento del borgo di Placea nella rivolta baronale contro il potere regio, contro Guglielmo il Malo. Nel 1161 il re, con un grosso esercito, formato anche da saraceni, rase al suolo la cittadina. Solo successivamente diede il permesso di ricostruzione proprio sul monte Mira, attuale sede della moderna città.
Bibliografia di riferimento e approfondimento.
- NIGRELLI I.,
Piazza Armerina: l'ambiente naturale, la storia, la vita economica e sociale, Palermo, Renzo e Rean Mazzone Editori
, 1989.
-TRAMONTANA S., L'effimero nella Sicilia normanna, Palermo, Sellerio, 1988.
- VILLARI L., Stori
a Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina, Analecta, 1988.
Le foto d'epoca sono state tratte dal testo: Piazza Armerina. Fotografie della prima metà del secolo, Piazza Armerina, Immagica Editrice, 1987.
Flavio Mela
CONTINUA A LEGGERE...